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pasquonzo-spettro
ISBN 978-88-86897-46-4
Pagg. 271
€ 15,30
 

Rocco Futia, Leonardo Pasquonzo - lo spettro del genietto, 2009.
Romanzo a episodi. Terzo libro sul personaggio.

Indice

 

 

Prefazio (alla maniera di Leonardo Pasquonzo)          

5

1

Il pedigree di Leonardo                               

13

2

Contrappasso per Firmina                           

35

3

Il colpo gobbo del Clown                            

85

4

Il Bibliotecario e Firmina                            

107

5

La ‘lucciola’ madre                                    

135

6

Il divorzio                                                

161

7

La biblioteca perduta                                  

175

8

La bolla sulle lapidi                                   

189

9

Pamphlet e contropamphlet                          

205

10

Bayork                                                     

221

11

Miettes e brutte copie

229

12

Ringraziamenti et laudi                               

247

 

Postfazione (per un falso intrigo)                   

261

     

pasquonzo1
ISBN 88-86897-00-6
Pagg. 239
€ 10,33

 

Rocco Futia, Leonardo Pasquonzo (rampollo, letterato...), 1998.
Romanzo a episodi. Primo libro sul personaggio.

In questo nuovo volume, Rocco Futia si allontana dalla linea finora seguita, per abbracciare una nuova e più agile tecnica narrativa e un differente stile: l’aspetto filosofico, che comunque sottende anche quest’opera, non è più esplicitato, infatti, attraverso ermetiche narrazioni di poetica musicalità, né attraverso enigmatici dialoghi su grevi problemi esistenziali, né tantomeno attraverso emblematiche sentenze aforistiche, in cui pure l’autore riesce a mantenere un tono poetico-filosofico. Questa volta, con accenti sarcastici ed ironici, e con qualche tocco surrealista, Rocco Futia dà la sua visione della società attuale: la mancanza di meritocrazia fa sì che il prestigio – compreso quello letterario – sia, a volte, detenuto da personaggi di effimero spessore culturale; personaggi come Leonardo Pasquonzo, appunto, che, dietro la pressante spinta dell’amata Firmina, cerca continuamente un riconoscimento pubblico per la sua “bravura”, senza rendersi conto che l’opera letteraria non nasce dal semplice desiderio di ‘scriverla’. Comunque, la sua non è una ricerca d’affermazione ad alti livelli: la vanità spinge il personaggio più ad apparire, che ad essere; si accontenta, pertanto, dei limitati orizzonti paesani, dove è riconosciuto leader di un fantomatico Circolo Letterario Ambulante (e naturalmente, nella sua mente, egli ingigantisce ogni cosa di cui è protagonista, e si sente gratificato, pensando di aver raggiunto vette eccelse). L’autoconvincimento, dunque, fa sì che Pasquonzo si senta una specie di superuomo nietzscheano. Con una sola variante: in quella veste egli è ironizzato e ridotto a insignificante miniatura, finché non è ‘martirizzato’ dalla sua stoltezza. Forse per questo Futia può ergerlo a eroe (o anti-eroe) della storia.
____________________
Di cialtroni... (di Domenico Ant. Cusato)


kharmeil
ISBN 88-86897-02-2
Pagg. 383
€ 12,91

Rocco Futia, La notte del Kharmeil, 2000.
Romanzo.

«L’abisso che ci separa da noi stessi (se mai ci separa) è così impercorribile che vi sprofondiamo senza neppure accorgercene,» diceva la voce tibetana, dispiegandosi lieve e veloce tra un arco e l’altro del tempio.
«L’abisso che ci separa dagli altri e dalle cose (se mai ci separa) è senza limiti: vi sconfiniamo più di mille volte al giorno senza sapere perché. Alla fine ci rimarrà solo un po’ di cenere da spargere al suono del corno,» faceva eco il coro, affondando il mistero della cattedrale di pietra grigia.
[…]
«Ogni sera tenta di cogliere una voce, lontana nel tempo, assai vicina però nella sua memoria.»
«Una voce?»
«La voce di una giovane, il cui volto è dipinto per sempre nel suo sguardo rivolto a ponente.»

[… ] la notte più incantata e più diabolica di tutte: la notte del Kharmeil.

[…] alla fine, si può ben dire che Mahalayad è un immenso impero di ruffiani e prostitute, di visionari e mercanti, di nobili in complotto e senza scrupoli, di patriarchi che hanno dimenticato i versi dei semplici e sono inclini alla lussuria, di cartomanti che cercano ogni giorno di svelare un arcano o un intrigo maledetto, di danzatrici che sognano un’alba di velluto e un velo leggendario.



pasquonzo2
ISBN 88-86897-12-X
Pagg. 239
€ 13,80
 

Rocco Futia, Leonardo Pasquonzo (quasi illustre), 2005.
Romanzo a episodi. Secondo libro sul personaggio.

Indice
 

 

Prefazio (di Domenico A. Cusato)

5

 

Ringraziamenti e sgarbi

12

1

Dissertazione sulla poesia

16

2

La clownterapia (prima parte)

39

3

La clownterapia (seconda parte)

68

4

Incontri segreti con Matelda

97

5

La nuova lapide e la gara dell’epitaffio

111

6

Prove, proposta di matrimonio e dipinti

177

7

Il terzo pamphlet

207

 

Postfazione

237


____________________
PREFAZIO (di Domenico Antonio Cusato)

 

   

 

munoz  

Braulio Muñoz, Alejandro y los pesacadores de Tancay, 2004.
Romanzo.
Introducción de Antonio Melis. Nota lingüística y Glosario de Pilar Quel Barastegui

Il tema della terra rappresenta una costante nella produzione artistica e letteraria dell'America Latina e attraversa in modo a volte tangenziale, altre sostanziale, diverse correnti: si pensi al regionalismo, il costumbrismo, l'indigenismo, ecc.
Questo continuo ruotare in torno al motivo tellurico dipende essenzialmente da due fenomeni, uno di carattere prettamente culturale, l'altro economico-politico: da un lato, infatti, deriva dalla presenza culturale indigena, per la quale il legame con la terra è un rapporto essenzialmente spirituale e religioso, e quindi imprescindibile (si pensi alla Pachamama); dall'altro, la vasta e generosa terra americana è un bene conteso, martoriato, depredato a causa degli interessi economici e politici di grandi latifondisti e multinazionali. I due fenomeni, naturalmente, sono fortemente in opposizione: mentre gli indigeni ritengono che tutto quanto è sulla terra sia un prestito della natura, e pertanto vada rispettato e trattato secondo i principi dell'armonia del cosmo, gli sfruttatori della terra obbediscono solo alla legge del profitto. E così, da fonte primaria di vita e di bellezza, la terra diventa in spazio escludente. Da paesaggio armonioso, un luogo avvelenato.

Il disastro ambientale provocato dallo sfruttamento delle risorse diventa un tema letterario che si connette al tema più generale della terra. Parlare della terra, allora, significa spesso comporre un'elegia, ricordare ciò che si è perduto, contemplare con rabbia il disastro. Questo è Alejandro y los pescadores de Tancay di Braulio Muñoz, scrittore peruviano. Il romanzo si presenta come un lungo monologo pronunciato durante la notte da un uomo anziano, Don Morales, in presenza di Alejandro. Il testo è diviso in capitoli e il passaggio dall'uno all'altro sembra riprodurre le pause di un discorso così drammatico e coinvolgente che necessita intermezzi di silenzio. Lessico e sintassi riproducono regionalismi della costa peruviani, termini e costruzioni derivate dal linguaggio popolare e colloquiale, con l'effetto di rendere credibile e concreto il discorso dell'anziano. Ma non mancano momenti molto lirici nell'evocazione di un paesaggio semplicemente "sano", o di persone e animali speciali che hanno attraversato quei luoghi.

Spazio e tempo dell'azione sono definiti con precisione: Trujillo, Chimbote, Chán Chán, anni '60, anni '70..., ma a questo realismo si contrappone (in una significativa fusione) l'elemento mitico, l'evocazione di presenze sacre ancestrali. L'anziano racconta la progressiva distruzione della costa settentrionale del Perù, legata ad eventi storici identificabili (la dominazione degli Incas, la spoliazione dei colonizzatori spagnoli, l'insediamento delle fabbriche, lo sfruttamento sconsiderato delle risorse) che hanno determinato la perdita di una dimensione etica e spirituale nel rapporto con il mondo, facendo prevalere la logica del colonizzatore.
Esiste un'armonia sacra nella relazione tra l'uomo, la terra e le altre creature, e se viene spezzata le conseguenze sono tragiche.

Attraverso le storie di vari personaggi, in particolare pescatori, Don Morales mostra come i comportamenti sbagliati, ispirati dall'avidità, dalla prepotenza, dall'insensibilità, vengono sempre puniti per restituire all'uomo un "corazón limpio", un cuore puro. È questa nobiltà d'animo che accomuna l'uomo al mare e alla natura: la cagna Carmela, a cui è dedicato un toccante capitolo, con la sua fedeltà è un esempio per gli uomini che invece spesso sono in balia di sentimenti negativi. Il pescatore deve imparare la pazienza, il rispetto del mare, deve usare tecniche di pesca corrette. Il suo apprendistato è un cammino di formazione, fatto di sfide, solitudine, riflessione, per imparare il rispetto e l'umiltà: solo così sarà un Buen Pescador (si veda il cap. XV dedicato a Lalo). L'avidità viene sempre punita, perché il mare è come una madre che nutre tutti, ma se si oltrepassa il limite "il mare ci abbandona, ci punisce. Questo sta succedendo adesso con le maledette fabbriche. Stanno facendo soffrire il mare." (cap. X).

Come osserva Melis nell'introduzione al romanzo, recuperare una prospettiva ecologica non è solo un gesto di umiltà, ma una misura per la sopravvivenza. Le conseguenze della devastazione sono concrete, drammaticamente tangibili e sono raccontate attraverso due elementi in particolare: l'alterazione climatica e la scomparsa degli animali. Nel loro silenzioso andar via è il presagio del catastrofe, ma quasi tutti se ne accorgono quando è troppo tardi. Le persone sagge, come gli anziani doña Pelagia e Genaro, sono quelle che ancora sanno leggere nei cambiamenti della natura un messaggio, quasi un ultimo appello. Gli abitanti del Chimbote, però, sono stati accecati dal miraggio di ricchezza e hanno colonizzato il deserto, mentre le fabbriche hanno scaricato liquami velenosi nel mare.

I presagi rappresentano quasi un monologo parallelo a quello di don Morales: la natura che parla, anzi urla, inascoltata, in un climax ascendente che culmina nella disperazione. Quando il monologo di don Morales si avvicina alla conclusione, si svela al lettore che il muto interlocutore, Alejandro, è un guerrigliero morto, che l'anziano sta vegliando: l'apocalisse del mare avvelenato si coniuga con la distruzione dell'uomo. Non ci sono risposte, l'elegia della natura e del vecchio si muovono parallele in contemplazione di una catastrofe irrimediabile.

Nel capitolo proposto per la prima volta in traduzione italiana (il testo è stato pubblicato in Italia nel 2004, ma in lingua spagnola), il monologo di don Morales è quasi giunto al termine. Insieme ad Alejandro, ha ripercorso la storia del Chimobote, l'era mitica e il recente passato. Adesso tocca al presente, ma questo si configura in modo assolutamente negativo. Il mare ha assunto colori assurdi, gli animali sono morti o scappati, il deserto si è coperto di fiori e solo l'incoscienza (il distacco dalla natura) può far leggere questi segnali come novità da festeggiare. L'illeggibilità dei presagi è spesso un aspetto del cambiamento epocale: anche gli aztechi ebbero presagi orrendi prima dell'arrivo dei conquistatori spagnoli, ma non seppero leggerli e quindi proteggersi. Forse, come dice Muñoz alla fine del capitolo qui presentato, "sarà che quando il terrore viene con volto di uomo, gli orrori che ci porta il mondo diventano più piccoli".


[da: L'elegia di Braulio Muñoz in Alejandro y los pescadores de Tancay di Emanuela Jossa
in <http://www.filidaquilone.it/num005jossa.html>]
   

 

   

 

     
   

 


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